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 Discontinuitą e permanenze durante il regime fascista

Con il passaggio dal movimentismo squadrista al partito istituzionale, il fascismo cambiò gradualmente strategia, orientandosi verso un’opera di ricostruzione e, contemporaneamente, di ridefinizione di quanto aveva fino a quel momento distrutto e colpito. L’insieme delle organizzazioni che avevano costituito la giuntura tra partiti e società civile cominciò ad essere visto come un possibile strumento per l’allargamento del consenso ed il controllo delle masse. Il fascismo non fece altro che utilizzare, entro un'inedita cornice autoritaria, illiberale e antidemocratica, organizzazioni come i sindacati e le cooperative che in precedenza erano state concepite all’interno di ideologie di differente natura.
 
Puntando l’indice contro le gestioni di socialisti e cattolici, dipinte come parassitarie ed economicamente fallimentari, il fascismo prese ad esaltare una cooperazione apolitica, baluardo contro la speculazione ed esaltatrice del lavoro, nonché depurata ideologicamente dai concetti che avevano contribuito a partorirla. Si trattava di realizzare questo ambizioso progetto coniugando una violenza sotterranea con una gestione proficua degli interessi economici delle cooperative. Pur viziato da indubbie contraddizioni, non ultima il far coesistere l’autoritarismo e l’imposizione con una parvenza di autogestione, il progetto andava inscrivendosi all’interno del più vasto piano di realizzazione del totalitarismo. Il principale obiettivo immediato che il regime si era dato in fatto di politica cooperativa era lo snaturamento del carattere popolare-proletario del movimento e la concettualizzazione di un modello alternativo che fosse interprete dei valori che sottendevano al fascismo. A seconda che si ritenga raggiunto o fallito questo scopo, si è soliti usare la diversa terminologia di “cooperazione fascista” o di “cooperazione sotto il fascismo”.
 
Si arrivò così allo scioglimento della Confederazione e della Lega e alla costituzione il 30 dicembre 1926 dell'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione, inquadrato nell'ordinamento corporativo. La successiva metamorfosi della cooperazione all’interno del processo corporativo non ha rappresentato esclusivamente la creazione di un veicolo politico per la conquista del consenso, ma si è spesso risolta in un successo economico dell’impresa autogestita. Non solo gli anni del ventennio non produssero complessivamente un riflusso dimensionale del movimento, ma traspaiono anche nella politica cooperativa del regime alcuni elementi di  modernità. In particolare, poiché non era più esistente l'articolazione “politica” della cooperazione, si procedette a fusioni tra sodalizi omologhi su base locale, precedentemente divisi da orientamenti ideologici differenti. In altri casi, però, l’imposizione da parte del PNF di propri uomini ai vertici delle aziende autogestite provocò problemi di incompetenza ed episodi di gestione privatistica dei beni societari da parte delle dirigenze.
 
In generale, il settore cooperativo della produzione e lavoro fu quello che meglio poté recepire i provvedimenti presi dal regime in materia economica. In particolare grazie all’aumento della spesa per le opere pubbliche, voluta per sostenere l’occupazione dopo la crisi del 1929. E’ più difficile valutare l’andamento del settore del consumo che, sebbene presenti dati statistici in parte contraddittori, pare comunque caratterizzato da un sostanziale dinamismo. In agricoltura spicca decisamente la fioritura del comparto cooperativo di trasformazione dei prodotti, composto da aziende come le latterie e le cantine sociali, gli oleifici, i molini, le fabbriche di conserve, le distillerie e gli essicatoi. Forse anche per il fatto di presentarsi come un ideale trait d’union tra reminiscenze ruraliste e mito del progresso tecnologico, l’agroindustria appare il comparto economico cooperativo che meglio venne a svilupparsi durante il ventennio. Al contrario si registrò un sostanziale riflusso delle casse rurali, che oltretutto segnarono un progressivo distacco dal loro originario scopo, in seguito all’approvazione di alcune normative che ne limitavano le funzioni variandone la composizione sociale.
 
Per approfondire:
M. Fornasari - V. Zamagni, Il movimento cooperativo nella storia d'Italia. Un profilo storico-economico (1854 - 1992), Firenze, 1997.


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